Trionfa al terzo memorial Piero Iuvara, il concorso di cortometraggi dedicato alla figura del compianto scrittore e drammaturgo catanese, il documentario di Clementina Speranza Stai fermo lì, un film di denuncia che ha come protagonista l’artista iraniano Babak Monazzami, un’opera toccante e commovente che, attraverso la narrazione della vita del pittore, modello e danzatore, vuole accendere un faro sull’attuale delicata situazione geopolitica dell’Iran.
I riconoscimenti
Il film di Clementina ha già ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il Premio Cine Migrare 2024 a Via dei Corti, è stato proiettato nel novembre del 2024 in Corea del Sud ed ha ottenuto lo scorso anno una menzione speciale dall’Unione Stampa Sportiva Italiana. L’opera racconta la prima parte della vita del giovane persiano, gli anni in Iran e poi quelli felici in Italia, il suo percorso come ballerino e pittore fino all’errore della Polizia tedesca che lo costringe a restare in Germania. Assai sintomatico è il fatto che questa condizione in cui vive l’artista sembri essere proprio quella intimata dal titolo del documentario, “Stai fermo lì”, per l’appunto, la cui versione più ampia tocca i sessanta minuti, un titolo che coincide con quello della canzone di Giusy Ferreri al cui videoclip, per la regia di Gaetano Morbioli, Babak ha preso parte come attore diversi anni fa.
“Il compito di raccontare”
“Sono molto contenta per questo Premio assegnatomi, oltre che dalla giuria, anche dal consenso del pubblico. Mi fa dimenticare la recente esperienza poco positiva alla conferenza stampa all’Associazione Stampa Estera di Roma dove ho avuto l’impressione che si volesse boicottare la presentazione per il tema Iran“, ha spiegato Clementina Speranza all’attrice Mara Di Maura nel corso di un incontro-intervista. “È compito di noi giornalisti raccontare”.
La storia
“Non sono stata io a cercare questa storia ma è stata lei a trovare me. Ho conosciuto Babak a una mostra a Milano, da lì è iniziata una collaborazione artistica. Piano piano, sono venuta a conoscenza del suo vissuto, del suo arresto nel suo paese una ventina di anni fa, per aver partecipato ad una manifestazione pacifica, delle torture che ha subito, della fuga che ha effettuato dall’ospedale e del suo arrivo in Italia in un centro di accoglienza dove ha ottenuto lo stato di rifugiato politico”, ha confidato ancora a Mara Di Maura.
“Poi il lavoro come modello, fotografo e pittore lo ha portato in diverse parti d’Europa tra cui la Germania, dove è stato arrestato con l’accusa di avere dei documenti falsi. E così non era: nel documentario viene ben spiegato e mostrato il documento dell’errore commesso dalla polizia tedesca e che nel frattempo, però, lo ha tenuto 2 anni in ostaggio in un campo di rifugiati in Germania facendogli perdere il diritto alla cittadinanza italiana.
Sono state le ingiustizie da lui subite a convincermi a narrare la sua storia. L’ultima proprio oggi 4 agosto 2026, quando alcuni poliziotti tedeschi hanno fatto irruzione nell’alloggio in cui si trovava Babak, con l’anziana mamma e la sorella utilizzando metodi spropositati e parecchio aggressivi per risolvere questioni ordinarie”.
Proiezione e dedica
“Non ho ancora previsto uscite nelle sale cinematografiche e sulle piattaforme, ma dal 28 dicembre dello scorso anno, cioè da quando è iniziata la rivoluzione in Iran detta del Sole e del Leone, repressa nel sangue dal regime, insisto con le proiezioni private affinché si possa conoscere quello che succede in Iran dove vi è stata una censura fortissima: internet bloccato in tutto il paese, per impedire la diffusione di notizie sulle proteste e anche con il blocco degli account social di alcuni rivoltosi che si sono sacrificati in nome della libertà e che sono, per lo più, molto giovani, spesso campioni dello sport”.
“Il Premio va alla storia di Babak ma anche agli oltre 54000 iraniani morti in nome della libertà, uccisi dal Regime islamico dal 28 dicembre 2025. Mi piace pensare, infatti, che non siano morti invano, ma che continueremo a ricordarli perché sono eroi contemporanei. Nello stesso momento in cui noi stiamo parlando tantissimi ragazzi stanno protestando in piazza All Khan a Isfan, città di Babak, contro l’istallazione di un patibolo e per tentare di salvare alcuni coetanei dall’impiccagione.
Quando si costruisce un patibolo c’è dietro un messaggio, destinato a sostituire la speranza con la paura, il coraggio con il silenzio e il domani con l’incertezza. Ogni persona che attende nella paura è il figlio di qualcuno. Il fratello di qualcuno. Il futuro di qualcuno”.




