Torna alle News
Eventi

Teatro, al Coppola di Catania debutta “L’ospite vuoto”

redazioneredazione
5 maggio 2026
5 min di lettura
Teatro, al Coppola di Catania debutta “L’ospite vuoto”

Debutta al Teatro Coppola di Catania, L’ospite vuoto, testo del drammaturgo uruguayano Ricardo Prieto, inedito in Italia, per l’adattamento e la regia di Melo Motta. Quattro repliche in tre giorni (8 – 9 e 10 maggio), per uno spettacolo che si muove sul confine tra il Teatro dell’Assurdo e la riflessione politica, scritto nel 1970, nel clima che precedette la dittatura in Uruguay.

La storia

La famiglia Flores attraversa un periodo di ristrettezze economiche. Al padre Luigi si presenta un’occasione insperata: un giovane forestiero incontrato per strada, il misterioso Signor Fergodlivio — facoltoso, dai modi bizzarri — cerca una camera in affitto per sé e per la moglie malata. In un impeto di spregiudicatezza, Luigi affitta la stanza del figlio a una cifra esorbitante, convinto di poter risolvere così tutti i suoi problemi. Ma all’arrivo dei nuovi inquilini la famiglia si trova di fronte a una verità sconcertante. Un piccolo dramma familiare che, alimentato dalla stolta ambizione umana, imboccherà l’inesorabile direzione del non ritorno.

Il vuoto: una metafora del nostro tempo

L’ospite vuoto è una pièce in cui il vuoto — di senso, di identità, di futuro — si fa presenza scenica, agendo sotto forma di potere e controllo, tanto sui personaggi, quanto sugli spettatori. Luigi, il padre, è infatti un uomo ambizioso senza vedute, a sguardo basso, disposto a sopportare tutto pur di ottenere il successo, pur di arrivare fin dove si può arrivare.

Il vuoto dell’ospite è una metafora dei valori, della socialità e dei sistemi di potere che in questi anni stanno cambiando il volto del mondo. Il vuoto dell’ospite è un disagio che ci accomuna, un anello nella catena dei nostri tempi che ci è sfuggito e che ci spinge a domandarci: cosa c’è dentro al vuoto? Quanto ci somiglia? Quali strumenti abbiamo per riconoscerlo?

Note di regia: il lavoro di traduzione e adattamento

Nonostante sia stato scritto nel 1968, pochi anni prima del colpo di Stato in Uruguay (1973), il testo (t. o. El huésped vacío) risulta di un’attualità sorprendente: così come in quegli anni l’ingerenza americana deviava pesantemente il corso della democrazia del paese, allo stesso tempo oggi viviamo una crisi sociale e politica che scuote nel profondo le nostre vite e i nostri valori (democratici e non solo), facendoli vacillare da dentro. La grande forza espressiva dell’opera risiede infatti nel mostrare l’alienazione — e l’annientamento — dell’essere umano non tanto in relazione con l’esterno (la politica, lo Stato, le forze armate), quanto nell’intimità stessa della casa: la violenza e la repressione penetrano fino alle pratiche quotidiane dell’individuo, svuotandole e distruggendole dall’interno.

È proprio per questa straordinaria capacità di interrogare ancora oggi il nostro presente, che si è scelto di portare in scena il testo di Prieto, ad oggi del tutto inedito in Italia. Il lavoro sulla traduzione, è avvenuto in due fasi: la prima, a opera di Viviana Militello, è stata una traduzione letteraria e integrale del testo; la seconda, realizzata dall’attore e regista Melo Motta, è stato un adattamento del lavoro di Militello alle esigenze linguistiche della scena. Questo primo studio, essenziale nell’allestimento, gioca tutto sulla pregnanza dei movimenti di scena e sulla precisione dei dialoghi: a governare la scena è il ritmo e l’energia dirompente degli interpreti, che esaltano quanto di più contemporaneo c’è nel testo — la fulgente e drammatica fragilità delle relazioni umane.

Le parole di Melo Motta, regista e attore in scena:

«Il potere che questo testo ha avuto su di me prima, e sui miei compagni di viaggio dopo, sta proprio nel suo linguaggio. Quello che accade tra le righe dei dialoghi, nei piani di ascolto, acquisisce un senso drammaturgico peculiare a tutto il dramma in scena. E’ nelle stesse dinamiche relazionali infatti, esplicite sin dalle prime battute tra i componenti della famiglia, che si intravedono, e dispiegano poi, le crepe che porteranno all’esplosione della vicenda.

Un marchingegno scenico precisissimo, un fiammifero che, dal momento in cui viene acceso, segna il conto alla rovescia verso l’ineluttabile destino dentro cui precipitano tutti i personaggi.

Non ci sono vincitori in questa storia, perché ci troviamo davanti ad un nuovissimo Ciclo dei Vinti dal sapore Verghiano che dilaga in tutto l’emisfero contemporaneo. C’è una scena che Verga non scrive mai esplicitamente, ma che il suo mondo contadino porta sempre con sé — e che ritroviamo pure dentro L’ospite vuoto: il momento in cui un uomo decide, lucidamente, di valere meno di quello che vale. Non per debolezza, ma per calcolo. È la logica dei lupini: a partire da un oggetto minimo — il cibo dei poveri — risalire verso la “roba”, lungo decenni di abnegazione totale. Il capofamiglia di Prieto abita la stessa logica — anche per lui, la disponibilità all’umiliazione non è una resa, bensì una strategia, un investimento, una forma ripulita di servilismo produttivo — ma in un paesaggio radicalmente diverso. Mentre i personaggi verghiani agiscono in un sistema che — per quanto brutale — mantiene ancora una stabilità, il capofamiglia di Prieto si muove su un terreno che invece sta per franare. Siamo nell’Uruguay degli anni immediatamente precedenti alla dittatura (che durerà fino al 1985) e le regole del gioco stanno per essere riscritte con la forza.

Questo è il nodo fondamentale in cui l’assurdo di Prieto si differenzia dall’assurdo di Ionesco o Beckett: non è un assurdo metafisico, cosmico, senza Storia, è un assurdo storico e localizzato. La razionalità del capofamiglia è dunque perfettamente fondata e, al tempo stesso, perfettamente inutile (tanto da divenire, appunto, insensata).

I suoi lupini — quella riserva di auto-umiliazione accumulata come capitale — non gli serviranno a niente quando arriverà ciò che sta per arrivare: il mondo nuovo del post-capitalismo e le sue dinamiche rapaci che fagocitano tutto indistintamente, sia le paure, che i sentimenti, i desideri, le possibilità».

Condividi l'articolo

Categorie

Eventi