La notte tra il 14 e 15 gennaio 1968, la Valle del Belice, compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo, fu colpita da un terribile terremoto di magnitudo 6.4 che fece oltre 200 morti, circa 1.000 feriti e 70.000 sfollati. A distanza di 58 anni anni il sentimento è ancora quello di “rassegnazione” dice l’ex senatore Vito Bellafiore, 96 anni e uno degli ultimi testimoni viventi di quel sisma.
“Nel Belìce si è pensato alla ricostruzione di case e opere pubbliche, ma lo sviluppo economico è rimasto al palo – spiega- e nessuno fa niente. Soprattutto la politica che dovrebbe mettere in atto strumenti che già esistono. I cittadini subiscono, non protestano. L’occasione dei fondi comunitari è l’ultimo treno per questo territorio”. L’ex sindaco fa riferimento alla legge regionale 1 del 1986, che prevedeva misure di sostegno per la gestione di fondi destinati al rilancio economico dell’area. “Questa legge ha avuto un principio d’attuazione col finanziamento di alcuni progetti di intervento, ma poi non se n’è fatto più nulla. Basterebbe metterla in atto e catalizzare i fondi messi a disposizione dall’Unione europea. Invece assistiamo alla desertificazione economica della Valle”.
La ricostruzione, invece, resta incompleta: “E’ una vergogna – aggiunge l’ex senatore -. A Santa Margherita Belìce, ad esempio, mancano opere di prima urbanizzazione. Basterebbero piccoli interventi per completare tutto. Qualche dato è utile per capire: sul finire degli anni ’60 in Italia abbiamo avuti due terremoti, nel Belìce e in Friuli. Nella prima legge per il Belìce furono stanziati 162 miliardi di lire, per quella del Friuli 2.900 miliardi. Questo la dice lunga sul perché siamo rimasti indietro. Lo specchio di due italie, seppur colpite dallo stesso dramma”.
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