E’ una tre giorni di festeggiamenti, carica di passione e devozione, dove tutto si ferma. Uomini, donne e bambini, tutti devoti tutti, che aspettano questo momento tutto l’anno. Per i catanesi c’è solo la “Santuzza” e, per coloro che indossano il sacco, vuol dire passare intere giornate senza quasi chiudere occhio per avere la possibilità di tirare i cordoni della “Vara” o poterla toccare con il fazzoletto. Chi può ha chiesto le ferie da mesi per poter poi riprendere a lavorare la mattina del 6 febbraio quando Sant’Agata farà ritorno in cattedrale. Tanti non sono stati così fortunati e la loro “Agata” quest’anno sono stati costretti a seguirla in tv: “ Per me, che sono devoto dalla nascita, è stata una grossa sofferenza- ammette il barman Francesco Torrisi- con la testa sono ai tavoli per servire i clienti ma è inutile negare che il mio cuore è accanto a lei non solo per questi tre giorni ma per tutto l’anno”. Operai, custodi, ristoratori, venditori ambulanti e agenti delle forze dell’ordine: mestieri dove i turni di lavoro non permettano nemmeno un piccolissimo “mordi e fuggi” per ammirare il fercolo e stare vicini agli altri devoti. Si cerca quindi in tutti modi di non perdersi “i fuochi del 3”, la Messa dell’Aurora, l’uscita del Busto Reliquiario, la processione in via Etnea, la salita di Sangiuliano e il rientro in Cattedrale. Televisione, radio, collegamenti su internet, cellulari e giornali ma anche semplici passaparola con gli amici ed i parenti: qualsiasi mezzo va bene perché serve ad eliminare le distanze, a sentire meno la mancanza per un momento dove tutti vorrebbero dire “io c’ero”. “Avendo una divisa non possiamo ovviamente indossare il sacco sul posto di lavoro e per questo soffriamo un po’ -sottolinea Salvo Pensato- questi giorni per noi rappresentano un modo per stare vicini ai nostri fratelli di fede. Tra coloro che, come me, hanno fatto un voto verso Agata”. “Cittadini semu tutti devoti tutti?”. Un coro di amore ed attaccamento scandito silenziosamente, con la voce del cuore, che parte dalle caserme, dalle fabbriche, dai magazzini, dagli esercizi commerciali, dai locali e che riecheggia da un lato all’altro della città per ribalzare in via Plebiscito, al Fortino, al Duomo e in piazza Risorgimento fino a raggiungere finalmente la “Vara” in ogni momento della processione. Un susseguirsi di emozioni che le distanze non danneggiano ma, anzi, rafforzano attraverso l’affetto della loro sorella da coccolare: “Anche se non posso indossare il sacco lo porto sempre con me nella borsa- racconta il magazziniere Manuele Ortoni- per i devoti resta sempre e soltanto la santuzza, tutto il resto è semplice contorno che non sminuisce l’amore che, chiunque porti il sacco, prova per lei”. Sant’Agata è stata anche questo, un grande evento mediatico che è rimbalzato da un lato all’altro del pianeta. Nuove tecnologie che permettono di far arrivare le immagini della festa in tutto il mondo in tempo reale.





